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ENRICO PAULUCCI

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ENRICO PAULUCCI

Genova, 1901 - Torino, 1999

 

Nasce da un’antica famiglia emiliana: il padre è il Generale Paulucci Delle Roncole, la madre invece è di Montegrosso d’Asti, (AT) paese al quale l’Artista sarà profondamente legato. Si trasferisce nel 1912 a Torino, dove compie gli studi classici laureandosi in scienze economiche ed in legge. Dopo aver coltivato la passione per la pittura durante gli anni dell’università, esordisce alla Quadriennale di Torino nel 1923, continuando poi a comparire alle mostre locali (Promotrici Torinesi 1924/25/26) e avvicinandosi al gruppo futurista torinese, col quale esporrà alla Mostra Futurista presso l’Associazione della Stampa nel 1926. La sua scelta pittorica si orienta fin da subito sul paesaggio e sulla natura morta di stilismo casoratiano. In questi anni, a Torino, si lega di amicizia con l’ambiente pittorico più vivo e spregiudicato, da Casorati a Chessa a Carlo Levi. Nel 1928 si reca a Parigi, dove soggiorna a lungo, conoscendo così da vicino la pittura francese dall’impressionismo in poi, specialmente interessato alle opere recenti di Picasso, Matisse, Dufy, Braque. L’anno seguente, di ritorno nel capoluogo Piemontese, si unisce con gli amici Chessa, Galante, Levi, Menzio e Boswell costituendo il gruppo dei Sei Pittori. Nel ciclo di mostre con il Gruppo, nel 1929 a Torino, Genova, Milano, nel 1930 a Torino, Roma, Londra e nel 1931 a Roma e Parigi, presenta cospicue selezioni di nature morte e soprattutto di paesaggi. La parentesi parigina ha aumentato in Paulucci il gusto per il colore e per la solarità riscontrabile nelle sue opere a soggetto marino: mare, porti, vele. Alla Biennale di Venezia del 1930 si segnala con un importante invio di diciotto opere mentre gli anni Trenta vedono Paulucci impegnato in una intensa attività espositiva: oltre che in numerose collettive è presente alla Quadriennale di Roma del 1935 e alla Biennale di Venezia del 1938 e in molte gallerie: nel 1933 alla Galleria della Nazione di Firenze, nel 1936 al Salone della Stampa di Torino, nel 1937 alla Galleria Genova di Genova, nel 1938 alla Galleria della Cometa di Roma, nel 1941 alla Galleria del Milione di Milano.

Molteplici sono i viaggi all’estero, da Malta, dove soggiorna nel 1932 partecipando alla Mostra del Paesaggio Maltese, a Parigi, a Londra. A Torino fonda con Felice Casorati lo studio Casorati-Paulucci (dove organizza nel 1934, tra le altre, la prima Mostra degli Astrattisti Italiani), la Galleria della Zecca (dove si tengono mostre considerate «d’avanguardia») ed il Centro delle Arti. Nel 1939 Paulucci, chiamato alla cattedra di Pittura all’Accademia Albertina, porta con il suo insegnamento un’apertura sugli orizzonti europei.

Durante la guerra, a seguito del bombardamento del suo studio, si trasferisce a Rapallo, dove inizia una serie di paesaggi di chiara ispirazione cezanniana. Nel secondo dopoguerra si assiste, nella pittura di Paulucci, a un repentino mutamento stilistico che porta l’Artista prima ad allinearsi alle poetiche neopicassiane degli astratti-concreti (periodo testimoniato da una serie di mostre personali: Galleria della Spiga, Milano 1947; Galleria La Bussola, Torino, 1951; sala personale alla XXXVII Biennale di Venezia, 1954) per poi avvicinarsi alla poetica Informale, protagonista in quegli anni in Italia, come sottolinea Rita Selvaggi nella scheda pubblicata sul volume Arte in Italia 1935/1955: «Soprattutto nel dopoguerra, matura invece nuove esperienze che lo inducono a aderire all’espressionismo astratto e poi, in un secondo momento, all’Informale e che portano a compimento un processo di rilettura in chiave introspettiva del dato naturale. Tuttavia, anche in questa fase l’artista non rinuncia né alla lirica musicalità del colore, né alle sue cadenze ritmiche. Anzi, questa nuova recuperata spazialità, scomponendo i piani e irrobustendo l’intelaiatura disegnativa, trasforma il colore da valori di effusione tonale ad esempi di accentuazione timbrica».

Oltre la presenza alle mostre organizzate a Torino Pittori d’oggi. Francia/Italia, numerosissima è la partecipazione in rassegne nella seconda metà degli anni Cinquanta tra le quali: VI Quadriennale d’Arte di Roma (1955), XXIII Biennale di Venezia (1956), I° Premio Morgan’s Paint (1956), Mostra d’Arte Italiana di Mosca (1957), IX Mostra d’Arte Contemporanea di Torre Pellice (1958), VIII Quadriennale d’Arte di Roma (1959), Pittura Italiana Contemporanea alla Permanente di Milano (1960).

Nel 1962 Giulio Carlo Argan, scrivendo per le Edizioni della Galleria La Bussola di Torino un testo fondamentale alla comprensione della poetica dell’Artista, prima osserva che la pittura di Paulucci «... è passata attraverso tutte le esperienze, per amare e pericolose che fossero, del nostro tempo» e poi sostiene che la pittura sia ancora figurativa, anche se adesso (fine anni ‘50, primi ‘60) gli oggetti non sono più riconoscibili perché il valore che interessa Paulucci non è il valore dell’oggetto ma «... la forza del suono, del timbro, dell’accento della parola che disegna l’oggetto».

A partire dagli anni Settanta l’Artista ritorna ad un linguaggio pittorico pienamente figurativo e si dedica con particolare passione alla pratica litografica. Negli stessi anni è insignito della medaglia d’oro della Presidenza della Repubblica, è nominato membro dell’Accademia di San Luca a Roma, dell’Accademia Clementina di Bologna e delle Arti e del Disegno di Firenze. Chiamato nel 1955 alla direzione dell’Accademia Albertina (della quale, nel 1973, è Presidente) Paulucci, nel dopoguerra, si è spesso dedicato all’attività di incisore, alla scenografia teatrale (particolarmente significative le scenografie della Favola del figlio cambiato, per la regia di Giorgio Strehler, 1952) e a quella cinematografica, collaborando con Soldati, Levi, Blasetti, Moravia, Bosio, Pavolini.

Delle presenze a mostre e rassegne, dopo il 1960 si possono tra le altre ricordare: I Sei di Torino 1929/1932, Galleria Civica d’Arte Moderna di Torino (1965), sala personale alla XXXIII Biennale di Venezia (1966), antologica alla Promotrice Belle Arti di Torino (1979), personale al Palazzo Pianetti Tesei di Jesi (1980), personale a Palazzo Bianco e Palazzo Rosso a Genova (1983), antologica alla XX Biennale Nazionale d’Arte di Imola (1987), antologica a Palazzo dei Leoni di Messina (1989), personale al Palazzo delle Mostre di Alba (1990), personali all’Antico Castello sul Mare a Rapallo (1992/1994), I Sei Pittori di Torino alla Mole Antonelliana a Torino (1993), antologica Omaggio a Paulucci al Palazzo Bricherasio a Torino (1996) e al Palazzo delle Nazioni Unite a Genova (1997), personale al Castello della Contessa Adelaide di Susa (2000). È inserito, con un’opera del 1958, Improvviso, nella mostra Informale e dintorni. Torino tra ‘50 e ‘60 (Torino, 1993) e in quella Le Langhe e i loro pittori (Alba, 1998).

Intensa è stata negli anni anche l’attività espositiva all’estero: nel 1930 alla Bloomsbury di Londra, nel 1931 alla Jeune Europe di Parigi, nel 1937 alla Akademie der Künste di Berlino, nel 1942 a Linz, nel 1946 a Londra, nel 1949 a Praga e al Cairo, nel 1951 ai Musées di Nizza, nel 1951 e 1953 alle Biennali di San Paolo del Brasile, nel 1955 al Nationalmuseum di Stoccolma, nel 1957 a New York, nel 1961 a Copenhagen, Oslo, Göteborg, nel 1963 a Skopje, nel 1979 in Finlandia.

In occasione della mostra I pittori italiani dopo il Novecento (Pontedera - Ferrara - Milano, 1969/1970), Alfonso Gatto sottolinea come il particolare astrattismo di Paulucci «non è stato l’occasione di provare altro, in un improvviso servizio, dell’idea giusta» ma piuttosto la «situazione sempre imminente di tutto il suo vedere… quello che la pittura inventa oltre se stessa».

Muore nell’agosto del 1999, al terzo piano di un palazzo ottocentesco in Piazza Vittorio Veneto, cuore storico di Torino e oggi riposa nella tomba di famiglia a Montegrosso d’Asti (AT). Il rapporto di Paulucci con la provincia astigiana è stato intenso e ricco di avvenimenti: nel 1983 ha inaugurato la Pinacoteca a Canelli, nel 1987 ha dipinto il drappo del Palio di Asti e l’anno seguente la Città di Asti lo ha insignito della cittadinanza onoraria come aveva già fatto il Comune di Montegrosso d’Asti (AT). Nel 2009 il CAMeC del Comune della Spezia, in collaborazione con l’Archivio Paulucci di Torino, nel decennale della sua scomparsa, gli dedica un‘ importante antologica dal titolo «Enrico Paulucci. Se non dipingo non sono», rappresentativa del suo modo d’essere e di tutto il suo lungo percorso.